
(Giacinto D'Urso, op)
Più che narrare la lunga storia - oltre sette secoli e mez¬zo -
dell'Ordine Domenicano, preferisco delineare il suo pro¬filo spirituale,
disegnato dal suo fondatore e consolidato nei secoli di vita e nelle
evoluzioni dei tempi.
Da S, Domenico di Guzman (1173-1221), un canonico della cattedrale di Osma,
sorse l'Ordine Domenicano, che uf¬ficialmente si chiama Ordine dei
Predicatori (abbreviazione: O. P.). Domenico, nato a Caleruega nella vecchia
Castiglia, al tempo del feudalesimo, e figlio di un modesto nobile di
cam¬pagna, doveva poi rivelarsi nella Chiesa prelatizia e monastica
medioevale un innovatore senza la truculenza del rivoluziona¬rio. Dopo gli
studi universitari a Palencia, entrò nel capitolo della cattedrale di Osma,
di cui fu presto sottopriore. In quel mondo un po' statico e soddisfatto di
sé, la sua anima fremeva di slanci contenuti, finché il suo vescovo Diego de
Acebes non lo prese come compagno in una missione diplomatica verso la
Danimarca. Nell'attraversare il sud della Francia sco¬prirono che quei paesi
erano inficiati dall'eresia dei càtari (= puri) di origine manichea, e degli
albigesi (dalla città di Albi), i quali combattevano la chiesa cattolica col
pretesto di predicare la povertà evangelica. Alla sorpresa di tale scoperta
s'aggiunse quella del fallimento della missione mandata dal Papa per
richiamare gli erranti. Diego e Domenico capirono che ci voleva altro:
bisognava affrontare quella gente con la stile degli apostoli, poveri e
senza piglio autoritario, armati solo di fede e della parola di Cristo.
Fidando nella provviden¬za, i due si fecero predicatori itineranti, vivendo
di sola carità.
Ben presto Domenico rimase solo, per il doveroso ritorno e la successiva
morte di Diego ad Osma, e si fece unico inter¬prete e perfèzionatore della
prima idea ispirata agli Atti degli Apostoli. Come dalla predicazione
apostolica si passò alla concretezza stabile della Chiesa, così la nuova
iniziativa dove¬va diventare un corpo permanente di apostoli, adatti ai
biso¬gni d'ogni tempo. L'esperienza dette incremento all'evoluzio¬ne
dell'idea: Cristo vivo nella parola sua portata dovunque. Domenico non poté
mai dimenticare quella notte, durante quel primo viaggio, quando scoprì che
l'albergatore la pensa¬va come gli eretici. Allora prese a discutere con lui
tutta la notte, riuscendo a convincerlo alle prime luci dell'alba. Fu un
segno profetico. Domenico capì che era necessaria la parola evangelica, da
diffondere ampiamente, ma che fosse sostanzia¬ta di dottrina sacra ben
assimilata e accompagnata dal distac¬co dalle ricchezze e dalle rendite. Fu
forse la prima impressio¬ne d'essere chiamato a farsi uomo della parola.
Ci voleva poco, può sembrare a_ noi, per capire il popolo bisognevole della
parola, ma come affrontare il problema nella sua vastità? Secoli di
cristianesimo affermatosi in tutto il mondo conosciuto, con l'enorme
diffusione dei monasteri che garantivano la profondità della sua
penetrazione, davano l'idea di una conquista definitiva di tutti i popoli al
vangelo. Noti rimaneva che mantenere la loro obbedienza al successore di
Pietro e ai vescovi, il cui compito era di esercitare dall'alto la funzione
direttiva e amministrativa dei sacramenti. C'erano, sì, i barbari, come i
Cumani, che Domenico voleva andare a convertire e che premevano ai confini
del mondo cristiano; così carne i maomettani al sud, che impegnavano le
imprese dei crociati. Ma in sostanza si aspettava che quei popoli
en¬trassero nell'orbita cristiana per abbagliarli con la superiorità della
nostra fede, saldamente impiantata per opera degli apo¬stoli, dei martiri e
dei santi nel millennio passato, testimoni d'insuperabile grandezza morale.
No. L'uomo ha bisogno d'essere sempre evangelizzato. Non c'è niente di
definitivo nel cammino della fede. Il regno di Cristo è da fondare ogni
giorno, perché l'uomo è instabile, perché progredisce nel suo modo di vivere
insieme e nell'af¬frontare le nuove insidie alla fede adagiata nelle
certezze del passato. Le eresie e le sette spuntavano e s'incuneavano nei
passaggi incustoditi del pensiero e della pratica cristiana.
L'esperienza di quei primi anni, per il canonico castella¬no, fece capire
che la malattia morale di quel popolo era tut¬t'altro che un morbo
passeggero. Né le dispute pubbliche e neppure i miracoli bastavano a
smuovere quegli eretici, da tempo organizzati e protetti dai signorotti
locali, soprattutto dal conte di Tolosa. Nell'aprile 1207, per terminare una
di¬sputa che già vedeva prevalere i cattolici, i catari proposero una prova
del «giudizio di Dio». Furono gettati nel fuoco i due quaderni che
contenevano le tesi delle due parti. Quello degli eretici fu subito
distrutto dal fuoco; quello dei cattolici, forse redatto da Domenico, per
tre volte venne respinto dalle fiamme. Eppure i catari non s'arresero.
Ci voleva un corpo di uomini, ben preparati nella dottri¬na sacra e nella
vita evangelica, che si dedicassero per tutta la vita alla sacra
predicazione, «per attaccare senza posa gli er¬rori degli eretici e
difendere la verità della fede». Il vescovo Folco di Tolosa già aveva dato
l'approvazione al primo grup¬po di uomini raccolti intorno a maestro
Domenico, mentre già dal 1206 una comunità di convertite era stata formata a
Prouille, che doveva mantenersi nella pura fede e sostenere i predicatori
con sacrifici e preghiere. Domenico vedeva sempre di più che non bastava un
impegno personale e temporaneo. Prendeva corpo in lui, che da anni
desiderava andare nell'Eu¬ropa orientale a convertire i Cumani, un'idea di
missionario in terra cristiana, con un'istituzione permanente approvata dal
sommo Pontefice. La crociata voluta da Innocenzo III contro gli albigesi,
dal 1209 al 1214, che ebbe episodi di efferata crudeltà, gli fece capire che
il rimedio non poteva essere un'azione repressiva e crudele, ma ciò che
genera la convin¬zione ed apre la porta alla fede sicura: questa è la via
indicata dal Signore con la sua parola. Inoltre la fede non era insidiata e
corrotta solo in qualche diocesi della Gallia ma in ogni parte del mondo. Ci
volevano predicatori ed apostoli per ogni luogo ed ogni tempo, contro i mali
futuri e la salvezza di tutti.
Nel 1215 andava a Roma, col vescovo tolosano che si recava al Concilio e che
appoggiò la domanda presentata al Papa da Domenico per l'approvazione della
sua idea e fonda¬zione. Innocenzo III diede la prima approvazione, esigendo
che si scegliesse una regola; e fu quella di S. Agostino. A questo punto
Domenico era già un padre e maestro indiscusso dei primi uomini che facevano
vita comune con lui. Essi si affidavano a lui, perché anzitutto aveva ormai
chiara l'idea di quel che si doveva fare, e poi era di esempio a tutti con
la sua fede e la dedizione alle fatiche dell'apostolato. Chi lo praticò fin
dai primi tempi della sua attività tra i fratelli erranti ha attestato: «Si
dava con tanto entusiasmo alla pre¬dicazione, che voleva annunziare la
parola di Dio giorno e notte, nelle chiese e nelle case, nei campi e per le
strade, dovunque, insomma, non volendo parlare che di Dio» (Gu¬glielmo Peire,
abate di Narbona). Pregava continuamente, camminava a piedi, dormiva per
terra, chiedeva il pane in elemosina. Era in tutto l'uomo della parola,
secondo lo stile di Cristo e degli Apostoli.
Il vescovo tolosano Folco, già prima di andare a Roma, aveva assegnato a lui
col suo gruppo la chiesa di S. Romano in Tolosa, istituendo ufficialmente
«predicatori nella nostra diocesi fra Domenico e i suoi compagni, i quali si
propongo¬no di andare religiosamente a piedi, predicando nella povertà
evangelica la parola di Dio». La pratica della «santa predica¬zione» suggerì
poi di aggiungere alla regola di S. Agostino delle disposizioni appropriate
al genere di vita che si confa¬ceva al nuovo gruppo ecclesiale, e si
chiamarono Consuetudi¬ni, poi Costituzioni. Su queste basi la nuova famiglia
religio¬sa venne definitivamente approvata con bolla del papa Onorio III nel
1216, col nome di Frati Predicatori. L'anno dopo fra Domenico, forte
dell'autorità pontificia, disperde coraggiosa¬mente i suoi figli, mandandone
alcuni a Parigi, altri in Spa¬gna, a Bologna, a Roma. L'irrobustirsi
immediato delle nuove comunità e il fiorire di altre attraverso l'Europa,
dimostrò che egli non aveva sbagliato e che il suo ardire era fondato sulla
grazia dello Spirito Santo e sul genio organizzativo del Fon¬datore.
Non gli restarono da vivere che altri quattro anni; ma, quando Domenico morì
a Bologna, il 6 agosto 1221, non ancora cinquantenne, la sua opera era già
largamente piantata su basi teoriche e pratiche sicure, fissate con
precisione in due Capitoli radunati a Bologna nel 1220 e 1221. Molti viaggi,
sempre poveramente e a piedi, aveva fatto a Roma, riscuoten¬do la fiducia
del Sommo Pontefice, che gli aveva regalato l'antica chiesa di S. Sabina
sull'Aventino, mentre le Suore da lui riformate venivano riunite in una sola
casa a S. Sisto vec¬chio, che prima lo aveva ospitato.
La sua idea dell'Ordine, pur facendo tesoro di usi e tra¬dizioni degli
ordini monastici e canonicati precedenti, si stac¬ca però decisamente da
essi per vari aspetti, che costituirono una grande novità nella Chiesa.
Questa novità si arricchisce, o si sviluppa omogeneamente su alcuni
particolari, lungo la sua storia pluricentenaria. Per questo è utile vedere
la spiri¬tualità domenicana anzitutto nelle sue origini, poi nell'evolu¬zione
e nella coerenza sostanziale attraverso il cammino dei secoli.
La vita di S. Domenico e le storie dei primi frati (Vitae fratrum),
insieme coi testi primitivi delle Consuetudines, ci permettono di cogliere
gli elementi essenziali chiaramente fissati fin da principio, sia per la
loro mentalità e il modo di vivere, sia per la loro organizzazione e
struttura. Questo se¬condo aspetto è comandato naturalmente dal primo, ma
segue anche le esigenze dei tempi, che richiedono adattamenti pe¬riodici
(opera dei capitoli generali) in vista delle varie situa¬zioni critiche in
cui la Chiesa viene a trovarsi qua e là attra¬verso i tempi; ciò però senza
rinunciare ai caratteri essenziali stabiliti fin dal principio.
a) Il fine dell'Ordine è la prima cosa da non mutare né sacrificare. Esso
viene affermato perentoriamente dal Liber consuetudinum, che, essendo stato
discusso e approvato nel primo Capitolo del 1220, risale al fondatore e
probabilmente fu steso da lui stesso. Dice così fin dalle sue frasi
introdutti¬ve: il superiore faciliti il compito di ciascun frate <special¬mente
in ciò che riguarda lo studio, la predicazione e il bene delle anime, poiché
è noto che il nostro ordine è stato istitui¬to specialmente per la
predicazione e la salvezza delle anime, e il nostro studio soprattutto a
questo deve tendere principal¬mente e ardentemente, che possiamo esser utili
alle anime del prossimo».
Ecco in che modo si deve santificare il domenicano: non più la separazione
dal mondo né l'apparenza solipsistica della propria perfezione, ma un più
chiaro inserimento attivo nel problemi inerenti alla salvezza degli uomini e
all'estensione del regno di Cristo. La descrizione della vocazione
domenica¬na è perfetta, aggiungendovi, per il modo di vivere, «la povertà
evangelica e la vita ordinata secondo una regola» comu¬ne (Onorio III).
Dunque: studio, predicazione, utilità delle anime; cioè la preparazione,
l'attività, lo scopo.
Ciò che colpisce, all'inizio di questo testo fondamentale, è la menzione
dello studio, per di più al primo posto. È la prima volta, nella lunga
storia della vita religiosa o consacra¬ta, che lo studio vi figura in primo
piano, come componente essenziale. Domenico, prima di accedere al
sacerdozio, aveva studiato all'università di Palencia, conosceva quindi il
valore dello studio e del sapere. Immediatamente ne aveva capito il bisogno,
per una intelligente diffusione e difesa della verità divina. Perciò `volle
con sé gente che ne facesse continua espe¬rienza. Ci sarebbe sempre stato
chi avrebbe messo in pericolo la fede del popolo col fare sfoggio di
scienza, o usando im¬propriamente delle sacre scritture, o denigrandole.
L'esperienza fatta negli scontri coi catari e gli albigesi gli aveva fatto
guardare lontano: la lotta per la purezza della fede e per la sua diffusione
era un'esigenza costante nella vita della Chiesa, per cui una solida scienza
sacra si dimostrava indi¬spensabile sempre. Le dispute non potevano esser
vinte coi soli appelli alla autorità della Chiesa e dei vescovi. Soltanto la
conoscenza profonda delle verità rivelate poteva convincere gli erranti,
specialmente se accompagnata dall'esempio della vita povera e disinteressata
dei Ministri della parola.
Più in là le Consuetudines dicevano che i frati dovevano essere «in studio
assidui», dando allo studio un'esigenza di continuità, anche dopo i corsi
scolastici regolari, così da farne un'occupazione permanente. E a questo
s'aggiungeva, in favo¬re dei frati studenti, un'altra novità: l'uso regolare
della di¬spensa da tutti gli altri obblighi e impegni comunitari che
potessero distrarre dallo studio, e poi dalla predicazione o
dall'insegnamento. Ai giovani studenti veniva assegnata una cella propria,
dove poter «leggere, scrivere, pregare e dormire, o anche vegliare la notte
per ragioni di studio». Cose vera¬mente straordinarie per quei tempi.
Lo studio, poi, era voluto per sostenere e sostanziare la predicazione,
l'attività specifica che finora era una prerogativa dei vescovi e che
Domenico volle che fosse riconosciuta dal Pontefice successore di Pietro
come facoltà propria del suo Ordine. Gli albigesi, pur essendo laici,
usurpavano questo diritto, senza averne il mandato dalla Chiesa; la famiglia
domenicana, invece, formata in gran parte di sacerdoti, ne era tutta
investita dal successore di Pietro e capo della Chiesa. Il fondatore aveva
un grande amore al Verbo incarnato e alla sua parola che ha illuminato il
mondo. Portava sempre con sé il vangelo e mostrava col suo esempio come si
meditava. Fra Giovanni di Navarra attestò nel processo di canonizzazione che
il Santo «spesso, sia a voce che per lettera, ammoniva ed esortava i Frati
dell'Ordine a studiare continuamente il Nuo¬vo e il Vecchio Testamento»; e
inoltre che mandava a predi¬care anche i non preparati, rassicurandoli con
queste parole: «Andate con sicurezza, perché il Signore vi darà le parole da
dire e sarà con voi e non vi mancherà nulla». E quelli anda¬vano e tutto
riusciva bene, come lui aveva predetto. Domeniico credeva alla potenza della
parola di Dio e al carisma rice¬vuto dalla Chiesa.
Si dice che una notte alla mente di lui apparvero gli apostoli Pietro e
Paolo, che gli consegnarono i simboli della sua missione: il libro per
significare il vangelo e il bastone per indicare il cammino apostolico da
fare; e gli dissero: «Va' e predica, perché a questo sei stato chiamato». Se
avesse avu¬to dei dubbi, questa visione li dissipò. Il mandato era lo
stes¬so che Gesù aveva affidato agli apostoli: «Andate e predicate il
vangelo ad ogni creatura». Quindi egli doveva essere padre di apostoli
itineranti, i quali avanzassero fin dove può arrivare il suono della parola,
echeggiante quella del Nazareno che risuonò per le contrade della Palestina.
Giustamente l'Eterno Padre disse a S. Caterina da Siena che Domenico «prese
l'uf¬ficio del Verbo» (Dialogo, c. 158).
Nei frequenti viaggi a piedi egli non perdeva tempo in chiacchiere inutili,
ma congiungendo insieme attività di pen¬siero e di meditazione, voleva
sempre «proporre la parola di Dio», o anche discutere con chi l'accompagnava
su qualche soggetto teologico o svolgere qualche tema edificante, vale a
dire «parlare di Dio o parlare con Dio».
Scopo dello studio e dell'attività apostolica è il bene delle anime. Tutto è
ordinato a questo. Lo studio e l'attività orato¬ria, per il discepolo di S.
Domenico, non sono per una carrie¬ra ma per portare le anime a Cristo.
Cristo è l'oggetto del frate che studia, il soggetto della parola predicata,
è il termi¬ne a cui portare gli uomini che incontra o a cui parla.
Nel mandare i frati a predicare, Domenico «li pregava e scongiurava di
essere solleciti della salvezza delle anime», disse il frate di Navarra.
«Egli era talmente pieno di zelo per le anime - depose fra Ventura - che
estendeva la sua carità e la sua compassione non solo ai fedeli ma anche
agli infedeli e ai pagani e perfino ai dannati dell'inferno, per i quali
spesso piangeva» (Atti, n. 11). Un antico biografo, Costantino da Orvieto,
riferisce che egli si flagellava tre volte al giorno: per sé, per i
peccatori del mondo e per le anime del purgatorio. La sua spiritualità era
piena di compunzione, con abbondanti lacrime per la conversione dei
peccatori, oltre che per devo¬zione. E i suoi figli lo imitavano. Quindi
sotto l'impulso di tale fervore, già nell'ultimo anno di vita del Fondatore,
il suo Ordine si slanciava verso i più vasti orizzonti, coi primi
mis¬sionari avviati alle genti dell'Asia pagana.
b) Uomo ecclesiale e sociale, Domenico volle fondare un Ordine, sapendo che
persone anche brave ma isolate non po¬tevano sostenere il compito di
diffondere e difendere dapper¬tutto la fede languente o insidiata. Perciò
volle organizzare la vita del suoi frati in maniera che gli scopi
dell'Ordine fossero facilitati e tutelati. Dispose perciò che studio,
preghiera e azione si sostenessero a vicenda, nel quadro di un comune genere
di vita e di pratiche ascetiche. Mentre queste sono in buona parte quelle
delle tradizioni cistercense e premonstra¬tense, dette «osservanze
monastiche» (cioè silenzio, digiuni e astinenze), la vita comune se ne
distacca sensibilmente per la flessibilità e la democraticità.
Dato l'impegno esterno della predicazione itinerante, che portava spesso a
lunghe assenze dal convento, cade la stabilità monastica che legava per
sempre un religioso a un solo mo¬nastero e impacciava la sua azione. Invece
nel nuovo Ordine l'osservanza dei tre voti, posti sotto il dominio dell'obbedien¬za,
è tale da lasciare una certa libertà d'azione e adattabilità di movimento.
In ciò acquista importanza la facoltà ricordata della dispensa, per
facilitare lo studio e l'apostolato. Inoltre i precetti della regola non
obbligano sotto pena di peccato e le loro infrazioni sono soltanto soggette
a qualche pena. Questa flessibilità salva insieme la coscienza
dell'individuo e le esi¬genze dello studio e della predicazione, oltre la
spontaneità della devozione.
Inoltre la vita di comunità è strutturata non più con cri¬teri di autorità e
con visione verticale, là dove tutto risaliva all'abate, ma col senso
democratico di uguaglianza dei figli di Dio. Vi influisce probabilmente un
assioma dell'antico diritto romano: Quod omnes tangit ab omnibus tractari et
approbari debet. Questo rispetto per ciascun membro della comunità ispira
fiducia reciproca, però richiede in ognuno maturità di spirito, anzitutto in
chi presiede, che non si chiama superiore ma priore, cioè un primo tra
uguali.
La democraticità domenicana fa sì che tutte le cariche interne, a qualsiasi
livello, siano elettive e di limitata durata: i priori sono eletti dai
membri della comunità, ma l'elezione dev'essere approvata dal priore
provinciale; questo è eletto dai rappresentanti dei diversi conventi a lui
sottoposti, ma dev'es¬sere anche lui approvato dal Maestro generale, il
quale a sua volta viene eletto dai rappresentanti delle diverse province
riuniti nel Capitolo Generale. Questo, mentre è adunato (da principio ogni
anno o due; oggi ogni tre anni) diventa l'au¬torità suprema nel senso
nominativo e legislativo per tutto l'Ordine. E in più, ogni superiore locale
o provinciale o ge¬nerale è assistito, per le decisioni più onerose o più
importan¬ti, da un certo numero di consiglieri similmente eletti.
Questo sistema di democrazia e autorità temperata, che è stato molto
ammirato perfino in politica - per esempio da Machiavelli, parlandone alla
repubblica fiorentina - fu tale fin da principio ed è stata gelosamente
difesa e sostanzialmente conservata fino ad oggi. Esso ha assicurato
all'istituzione dome¬nicana continuità, omogeneità e capacità di correggersi
e rin¬novarsi secondo le esigenze dei tempi, evitando scissioni e su¬perando
per virtù propria le inevitabili flessioni di spirito e il pericolo di
scriteriate riforme o aggiornamenti, come pure per combattere l'umana
tendenza a sclerotizzarsi nell'assuefazione.
In altre parole possiamo dire che l'organizzazione dell'Or¬dine concepita da
S. Domenico è nata nella previsione di un'armonica fusione di studio o
contemplazione - preghiera - azione, dirette a un fine immutabile; e nella
capacità di trovare in sé i principi per attivizzare e riadattare di tempo
in tempo la vita dell'Ordine, nella cosciente fedeltà alla comune chiamata
santificatrice e al servizio del mistero della Chiesa, corpo mistico di
Cristo.
c) Non era certo trascurato né l'esercizio delle virtù, im¬perniate sulla
carità fraterna, né tanto meno la preghiera; anzi, secondo il testo delle
Consuetudini, redatto dal Santo conforme alle tradizioni degli ordini
canonicali, i primi nu¬meri portano proprio le disposizioni sulla preghiera
comune, soprattutto con l'ufficio notturno e diurno, che si deve reci¬tare
in coro con una certa solennità, però «breviter et succin¬cte, ne fratres
devotionem amittant et eorum studium mini¬me impediatur» (n. 3) (preghiera
breve e concisa, non lenta come quella monastica per non far perdere ai
frati la devozio¬ne nella lungaggine, e per non impedire lo studio). Però è
detto anche, più in là, che i novizi devono essere istruiti, tra le altre
cose, «come devono essere occupati nello studio» - di tipo contemplativo -
«sicché di giorno e di notte, in casa e in viaggio, leggano sempre o
meditino qualcosa» (n. 12). Sono frasi queste che segnano con carattere
indelebile la tra¬dizione e la mentalità domenicana.
L'orazione privata, quindi, non è meno importante di quella comune. Il Padre
dei predicatori è uno splendido esempio in questo. Non si sa se prevale in
lui l'uomo della parola o l'uomo di preghiera. La sua preghiera era
multiforme e continua, come attestano concordemente tutti i biografi e i
testimoni, che lo hanno anche furtivamente osservato di gior¬no e di notte.
E i suoi discepoli lo hanno ferventemente imi¬tato. Si conserva ancora un
bellissimo testo, redatto da qual¬cuno di essi e intitolato comunemente Le
nove maniere di pre¬gare di S. Domenico, dalle quali si vede come egli
facesse par¬tecipare il corpo all'impegno dello spirito nell'orazione, in
modo che tutto il suo essere, con umiltà e fervore, non cedes¬se alla
stanchezza o al sonno.
L'imitazione di Cristo e degli apostoli è il clima in cui si muove,
nell'orazione e nell'azione, il carisma di S. Domenico. Egli è costantemente
in colloquio con Dío come il Signore lo era col Padre; e per Lui era tutto
donato alle anime, come Cristo lo era per la salvezza degli uomini.
Molte delle cose dette, specialmente le ultime sul fervore di devozione,
sono carismi personali del Fondatore, imitabili, sì, ma non trasmissibili.
Ora dobbiamo vedere quanta parte dello spirito di lui è passata in eredità
ai suoi figli, quanta è viva in essi tuttora; se c'è continuità e insieme
sviluppo in questa eredità; se è vivo tuttora il suo messaggio di fedeltà
all'annunzio evangelico, alla Chiesa che ne ha la missione, all'umanità che
ne accusa il bisogno.
a) Per secoli l'Ordine Domenicano ha mantenuto gelosa¬mente intatta la sua
fedeltà all'idea del Fondatore, scoraggiando con fermezza qualsiasi
tentativo di scissioni o di trasformazioni deformative. Anche nei momenti
critici che ci sono stati - per esempio: la terribile peste nera del
Trecento, il grande scisma d'Occidente, la divisione dei cristiani con la
rivolta del prote¬stantesimo, la rivoluzione francese con le leggi
antiliberali di vari governi laici d'Europa e d'America - l'Ordine ha
mantenu¬to o ricostituito ben presto la sua unità di linea e di pensiero.
Quindi unanime adesione ai fini dell'Ordine e al sistema di vita fissato fin
dal principio, ma non chiusura al progresso dell'idea stessa di
contemplazione e azione unite insieme per il bene delle anime secondo le
esigenze dei tempi. Ci furono ten¬tativi di introdurre forme di apostolato
pertinenti ad altre for¬mazioni religiose, come i collegi per l'educazione
della gioven¬tù, tentativo ormai superato; o proposte di assumere forme di
governo interno diverse da quelle felicemente democratiche ri¬salenti al
Padre dell'Ordine: ma tutte queste forme deviaziona¬rie furono scoraggiate
per opera dei capitoli generali.
Altre crisi di decadenza nell'osservanza fervorosa dell'ispi¬razione
primitiva, spesso per colpa di situazioni sociali ester¬ne, furono superate
per opera di movimenti interni di osser¬vanza, che da generose iniziative
locali passarono poi a tutto l'Ordine. Ma non mancarono certi adattamenti
richiesti dalle mutazioni d'ambiente, come certi privilegi concessi per
titoli di studio, che provocavano disuguaglianze e rilassamento; così la
soppressione della mendicità fatta con l'elemosinare di porta in porta, cosa
abolita per disposizione dei vescovi.
Segni invece di crescita e dilatazione della vocazione sono stati i
movimenti laicali promossi sia per qualche devozione particolare, come il
Nome di Gesù, il Rosario, la prima co¬munione dei fanciulli; sia con la
fondazione e grandissima diffusione dei Laici Domenicani (già chiamati Terz'ordini,
o Ordini della penitenza, o, per le donne, Mantellate di S. Domenico),
portati a santificare uomini e donne viventi in famiglia, dando loro la
responsabilità di alcune forme di apo¬stolato più adatte ad essi ed
affiancate alle attività del primo Ordine. Questa iniziativa, non esclusiva
dell'Ordine dei Pre¬dicatori, si è dimostrata sempre ricca di ottimi frutti,
avendo dato alla Chiesa molti santi, con a capo S. Caterina da Siena e la
sua imitatrice S. Rosa da Lima, fino ai moderni beati Bartolo Longo e Pier
Giorgio Frassatii
Un'altra fioritura, la cui stagione non cessa mai a livello planetario, è
quella delle congregazioni femminili di vita attiva, sbocciate e
moltiplicatesi negli ultimi due secoli come rami intermedi tra le monache di
clausura e il laicato dome¬nicano (si chiamavano prima terziarie regolari).
Ne esistono attualmente e sotto varie denominazioni circa 145 istituti o
congregazioni affiliate all'Ordine, con un complesso di almeno 50.000 suore,
che si dedicano in gran parte all'educazione dei bambini e dei giovani o ad
opere di assistenza ai malati e agli anziani. Alcune congregazioni, come le
italiane Missionarie della Scuola si assumono il compito di portare il
pensiero cristiano nelle scuole pubbliche, insegnando nelle scuole
su¬periori e nelle università. È un gran ventaglio di opere che toccano
tutte le opere di misericordia.
Uniti insieme, per una comune ispirazione, tutti questi sono come rami di un
grande albero, dai frati fino all'ultimo laico o laica, formando la grande
famiglia domenicana, la quale oggi cerca di avere maggiori rapporti
collaborativi o almeno spirituali, per una consapevole comunione di spirito
e di vita. Nel numero vanno anche aggiunti alcuni istituti secolari,
naturalmente recenti e largamente diffusi a raggio mondiale, ai quali hanno
dato vita alcuni frati, con lo scopo di portare in mezzo al mondo lo spirito
della vita religiosa e dei consi¬gli evangelici, un po' come la medioevale «militia
Christi», del tempo della cavalleria.
b) Volendo penetrare più addentro nella vita e nella scoria dei Frati
Predicatori creati dalla mente e dal cuore di S. Domenico, ci dobbiamo
render conto se la discendenza del Padre ha tralignato o ha conservato lo
spirito del fondatore e, anche, se ne ha interpretato e sviluppato l'idea,
dandole nuove maturità.
1. L'intellettualismo che caratterizzò l’Ordine fin da S. Domenico, con
l'invio dei primi discepoli alle università di Pa¬rigi e di Bologna, si
consolidò con l'entrata nelle sue file di parecchi docenti e alunni degli
stessi atenei, mentre nuove comu¬nità si formavano in varie città che erano
centri di studi: Roma naturalmente, Firenze, Siena, Padova, Milano. Sorsero
allora tra le file dell'Ordine dei grandi maestri e degli ingegni eletti tra
i quali emersero soprattutto Alberto di Lauingen, detto Alber¬to Magno, e il
suo discepolo Tommaso d'Aquino, oggi ambe¬due santi e dottori della Chiesa.
Col secondo, specialmente, l'Ordine trovò la sua linea di pensiero, il
tomismo, che per secoli ha dominato nelle scuole cattoliche di teologia.
Sembrò quasi il premio e la consacrazione dell'indirizzo dato dal fon¬datore
all'Ordine, che assunse in proprio la dottrina dell'Aqui¬nate fin dal 1309.
Tale dottrina venne poi sostenuta e svilup¬pata dai grandi commentatori del
secolo XIV e XV, primo dei quali fu Tommaso de Vio, detto il Gaetano.
La filosofia e teologia tomista si affermarono vittoriosa¬mente nel Concilio
di Trento, in seguito al quale venne re¬datto e approvato per tutta la
Chiesa il Catechismo per i parroci, opera in buona parte di teologi
domenicani. A tale sistema si è appoggiata finora la Chiesa nel difendere e
spie¬gare i dogmi cattolici, mettendo i domenicani, e non solo loro, nella
condizione di poter servire la Chiesa e le anime con la sicurezza di una
dottrina solida e capace di infrangere gli assalti di tutte le eresie.
Questa è la ragione per cui i figli di Domenico, l'atleta del Signore,
furono sempre pronti e in prima fila nell'opporsi ad ogni errore,
affrontando anche per questo la morte o l'impopolarità. Tenendo fede al loro
motto «Veritas» essi si sono opposti una volta perfino al papa, ri¬guardo
alla questione della visione beatifica, ed hanno accet¬tato per obbedienza
la tanto calunniata inquisizione, il cui compito, voluto anche dai prìncipi
cristiani quando gli errori erano una minaccia per la vita sociale,
consisteva più nel cer¬care di convincere gli erranti che nel castigarli.
Senza fare qui la difesa di un modo repressivo di servire la verità, bisogna
dire che non è questo il contributo più importante, del resto da tempo
;cessato, al culto della verità evangelica, dato non solo dai domenicani, né
un aspetto essenziale della loro mis¬sione. La lunga lista dei martiri, che
insanguinarono le terre del lontano Oriente, e altrove, per la fedeltà alla
fede che predicavano, è il segno più autentico della coerenza dei Frati
Predicatori con la loro vocazione.
La necessità di «dare all'apostolo un'anima di contemplati¬vo» ha fatto
assegnare allo studio un posto di primo piano nella vita dei Predicatori. E
dallo studio appassionato della verità, ovunque essa si manifesti, S.
Tommaso d'Aquino ha saputo ri¬cavare la sintesi del pensiero più logico e
razionale trovato in Aristotele con quello della scienza basata sulla
rivelazione mo¬saica e cristiana. Sicché la dottrina tomistica ha fissato
per sem¬pre il carattere dottrinale dell'ascetismo domenicano.
Da questa concezione armoniosa della vita spirituale nasce e si nutre la
vocazione domenicana, che ha prodotto la mera¬vigliosa santità non solo dei
grandi maestri nominati e di apostoli come Vincenzo Ferreri, Antonino
Pierozzi, Ludovico Bertrando, ma anche di uomini semplici come Martino de
Porres e Giovanni Macias, un giurista come Raimondo di Penafort, un artista
stupendo come il Beato Angelico, e don¬ne come Caterina da Siena - lei che,
pur essendo quasi anal¬fabeta, ha dettato opere che l'hanno fatta annoverare
tra i Dottori della Chiesa -, Rosa da Lima e Caterina de' Ricci, con
numerose altre figure mistiche, non meno fulgide, anche se non canonizzate.
2. Non c'è da meravigliarsi se questa spiritualità derivan¬te dal Santo di
Caleruega abbia spinto i suoi figli a lavorare intelligentemente e
generosamente in vari campi, dove il loro carisma li ha portati ad attuare
la parola di Cristo per il bene del prossimo. Così è per il campo
missionario, dove sempre frati e suore hanno speso e spendono tuttora la
loro vita per portare il vangelo agli infedeli, con la stessa ansia che
aveva il fondatore. E anche oggi una buona percentuale della fami¬glia
domenicana lavora e soffre per Cristo in paesi di missione dei vari
continenti, testimoniando Cristo in mezzo a difficoltà e anche persecuzioni.
Non è raro che questi apostoli si siano distinti per l'ele¬vazione delle
classi sociali più povere, non solo con le opere di beneficenza, ma con la
parola coraggiosa in difesa dei po¬veri, come fece Bartolomeo di Las Casas
per la libertà degli schiavi nelle Americhe; come hanno fatto per la causa
degli operai nei nostri tempi il p. Rutten, che scendeva nelle mi¬niere per
conoscere le situazioni dei minatori e difenderli con la sana dottrina e con
l'azione pratica contro gli abusi dei capitalisti; il p. Loew che ha fatto
lo stesso, vivendo tra gli scaricatori del porto di Marsiglia; e il p.
Lebret, il quale stu¬diando le condizioni dei pescatori alla luce del
pensiero socia¬le cristiano, li organizza per la loro comune difesa, fonda
un centro di studi sociali, scrive e parla per la giustizia e la ve¬rità,
come un uomo che conosce i problemi del lavoro e sa suggerire soluzioni
umane, tanto che viene chiamato per con¬siglio dai governi delle coste
sud-americane e da altre parti e dà a Paolo VI le ricchezze della sua
esperienza e dei suoi stu¬di per la stesura dell'enciclica «Populorum
progressio» sullo sviluppo sociale dei popoli.
Così han fatto, per la verità nella giustizia, molti altri predicatori, come
Venturino da Bergamo per pacificare tra loro alcune città del nord Italia;
il grande Girolamo Savona¬rola per la libertà di Firenze; il p. Gregorio
Rocco per i po¬veri di Napoli. E per la più grande povertà, quella dei
popoli che nelle rivoluzioni hanno smarrito la verità di Dio, ecco in
Francia i grandi oratori di Nótre Dame, i padri Lacordaire, Monsabré,
Janvier e Carré, che hanno rievangelizzato con alta dottrina ed eloquenza le
genti colte della Francia moderna.
Se questa fosse una rassegna storica, potrei fare tanti altri nomi, ma devo
limitarmi a pochi cenni.
A. Caratteristiche peculiari
Fin dal suo nascere l'Ordine Domenicano accolse alcune forme di orazioni
ormai tradizionali e quasi necessarie per ogni comunità religiosa, specchio
della Chiesa orante: soprat¬tutto l'orazione corale della liturgia di lode,
con la recita in comune dei salmi in forma solenne e cadenzata e in parte
cantata, compresa, parimente in comune, la Messa quotidiana; a queste
aggiungendo altre pratiche individuali. A tale scelta, tuttora ineludibile,
dette però un suo stile particolare, che risultò naturalmente dai caratteri
peculiari dell'Ordine, che furono lo studio e la contemplazione, diretti
tanto alla santi¬ficazione personale, quanto a corroborare il possesso
cordiale e sicuro della dottrina evangelica da diffondere e difendere con la
predicazione e l'insegnamento.
Questa tendenza intellettualista fa parte del carattere domenicano e si
riscontra in ogni sua manifestazione di vita. Essa distingue e investe tutta
la sua spiritualità, a cominciare dalla preghiera, come si vede nella sua
letteratura ascetica. F una mentalità, un atteggiamento di fondo, che porta
i suoi religiosi e religiose a non amare tanto la pietà emotiva né le
implorazioni limitate a interessi carnali o terreni, ma piutto¬sto quella
che è piena del mistero, dell'incarnazione e passio¬ne del Signore, così da
sentirne gratitudine a Dio e ricavarne alimento di fervore per dare luce e
conforto al prossimo.
Di qui vengono tre caratteristiche dell'orazione domeni¬cana: la sua essenza
biblica e teologica, l'ispirazione cristolo¬gica, la ricerca della gloria di
Dio nella salvezza del prossimo.
1) La natura biblica e teologica dipende direttamente dalla tendenza allo
studio sacro e dall'amore alla Verità divina da predicare, per cui il
mistero divino investe il figlio di Domenico. Egli non può parlare
sinceramente agli uomini se¬prima non ha parlato con Dio e non ha assorbito
da Lui la luce e l'amore della Verità rivelata, da far conoscere e amare
anche agli altri.
li simbolo di questa mentalità è nella comprensione de! Pater noster. Molti
cristiani prendono la prima parte della preghiera insegnataci da Gesù come
se fosse una pura premes¬sa laudativa, fatta per disporre benevolmente la
bontà divina verso ciò che si chiede nella seconda parte: Dacci il nostro
pane quotidiano. Invece il giusto senso della seconda parte è dato dalla
prima: in questa siamo tutti noi, creature e figli del Padre, nei quali si
deve rispecchiare la gloria di Dio e si deve compiere quel bene assegnatoci
dalla sua Provvidenza. In questi primi concetti si devono inquadrare le
implorazioni nostre che seguono, perché siano nella linea dei piani divini e
non dei nostri capricci od ambizioni umane, che non por¬tano alla vera
felicità. Questo significa stare nella verità.
2) L'ispirazione cristologica pone al centro della preghiera Cristo, col suo
insegnamento, il valore della sua sofferenza, il suo messaggio di redenzione
e di gloria celeste. Un'anima teologicamente ben guidata non può mettere
nessuno avanti a Cristo o al suo posto. Egli è l'unico mediatore di salvezza
con la sua parola di verità e coi suoi sacramenti di grazia. In questo senso
Egli è il nostro solo avvocato presso il Padre, anche quando si serve di
altri intermediari come la Madonna e i santi. Egli è l'unica luce delle
anime con la parola conte¬nuta nei vangeli, è l'unica sorgente della grazia,
senza la quale non si vive né si progredisce spiritualmente. Senza di Lui i
nostri meriti sono un niente. Perciò l'orazione domeni¬cana - come si può
vedere in quelle di S. Tommaso d'Aqui¬no, di S. Caterina da Siena, di fra
Girolamo Savonarola e di altri santi e scrittori domenicani - è
espressamente orientata secondo Cristo, nella lode, nell'implorazione di
aiuto e di perdono e nel ringraziamento. Tutto ciò fa parte di ogni vera
pietà cristiana, ma è particolarmente accentuato nella pratica dell'orazione
da parte dei figli e delle figlie di S. Domenico, per la loro sicura
impronta teologica già descritta.
3) Infine l'orazione domenicana respira sempre quel senso universale della
Verità, che viene da Dio ed è un bene da condividere con tutto il genere
umano. La missione di predi¬care, affidata da Dio e dalla Chiesa a S.
Domenico e ai suoi figli, li rende responsabili verso tutto il mondo della
diffusio¬ne della parola di Cristo; e questa non è solo questione di
attività umana, ma è opera della grazia, da implorare con costante
preghiera. È la vocazione apostolica che urge con l'orazione perché coloro
che sono sul campo trovino i modi e la forza per dilatare il regno di Dio
verso tutti i confini.
Un domenicano non si può chiudere nel proprio io. Egli è chiamato a studiare
per gli altri, a predicare e insegnare per gli altri, a soffrire per gli
altri. Tutto ciò si riversa nella sua preghiera, perché egli sa che la
preghiera deve alimentare la sua passione per le anime, sia essa colloquio
individuale con Dio o liturgia di tutta la comunità, altrimenti non è
passione ereditata da quel dolce Spagnolo, che pregava e si flagellava ogni
giorno per i vivi da convertire e per i defunti da intro¬durre al più presto
nel regno dei beati.
B. Devozione mariana
Su un punto sento di dovermi fermare: la devozione ma¬riana, perché anche in
essa si è manifestata la linea caratteri¬stica dell'Ordine. Molti Frati
Domenicani hanno parlato e scritto dottrinalmente sul mistero di Maria
Santissima nella vita della Chiesa. Troppo lungo sarebbe fare dei nomi. Ma
porto un esempio eminente di come i domenicani hanno ge¬stito e guidano
ancora la più diffusa pratica di devozione mariana, il Rosario.
Chiunque sia l'inventore del Rosario, è certo che i dome¬nicani hanno più di
altri il merito della sua lenta struttura¬zione e della universale
diffusione. Il fatto è che in questa devozione c'è impresso il segno della
mentalità domenicana, per cui si distingue nella colluvie di pratiche in
onore della Madonna.
Il Rosario è concepito esattamente sulla linea del «con¬templata aliis
tradere». Esso è un insegnamento e un esercizio di preghiera vocale, unendo
la meditazione dei misteri alla recita del Pater, delle Ave e del Gloria. Si
prega per invocare Maria SS., ma le meditazioni sono bibliche e
cristologiche, collocando quindi il pensiero mariano nel mistero di Cristo,
così come emerge dai vangeli e dalla dottrina della Chiesa.
L'ordine dei «misteri» è concepito con esattezza teologica, ordinati e
distinti come sono in tre serie uguali intorno ai tre principali misteri di
Cristo: l'incarnazione (misteri gaudiosi), la passione e morte (dolorosi),
la risurrezione e la vita eterna (misteri gloriosi). Non ci sono divagazioni
di miracoli. Tutto è mantenuto sotto il dominio dei dogmi evangelici. La
con¬temporaneità di contemplazione e preghiera - che, per chi trova
difficoltà ad unire insieme, può essere meditazione del mistero precedente
la recita delle dieci Ave - chiunque l'ab¬bia inventata per primo, è tutta
domenicana, aggiunta alla sobrietà dei quindici quadri, che riassumono tutta
la storia di Gesù Cristo e della Madre sua, in un ordine cronologico, che
ricalca e perfino migliora l'ordine dell'anno liturgico (Natale, Pasqua,
giorno dei santi e mese dei defunti).
Data l'insistenza sui racconti evangelici, il Rosario può essere tanto una
preparazione alla liturgia della Messa, quanto un ringraziamento e un
ripensamento della narrazione evan¬gelica. Compendio, quale esso è, del
vangelo, il Rosario è una scuola di fede e di virtù, perché tutte queste
sono ispirate agli esempi eminenti di Gesù e di Maria. Inoltre nella
tripli¬ce divisione e nella ripetuta recita del Parer e del Gloria, la SS.
Trinità è il vero termine di tutta l'azione cultuale. Maria Vergine è la
donna che dà ascolto al messaggio celeste, umil¬mente accetta la volontà
divina, accoglie in sé il Verbo, dona a Lui la carne e tutta se stessa, si
associa a Lui fatto uomo in tutti i momenti della vita terrena, anche nella
sua passione redentiva, assiste maternamente la Chiesa nel suo nascere e la
precede nella gloria del cielo, dove siede Regina nel regno di Dio
glorificato in Cristo, e assiste con la sua materna inter¬cessione la Chiesa
ancora peregrinante in terra.
Veramente un compendio meraviglioso di tutte le verità cristiane; uno
specchio che riflette tutto il gusto domenicane di pensare, di adorare e
d'insegnare alla mente e al cuore le verità divine.
Conclusione
L'idea di S. Domenico di formare degli apostoli che fos¬sero «seminatori di
luce» nelle tenebre del mondo sempre invadenti, è ancora viva e operante
nella grande famiglia che comprende varie migliaia di persone, sparse per
l'orbe.
Sebbene abbia risentito, come tutti gli ordini, dell'attuale declino delle
vocazioni, i frati domenicani sono attualmente più di 7 mila, sparsi in
tutte le nazioni d'Europa e d'Ameri¬ca, in Cina, Giappone, Vietnam,
Filippine, Australia e in varie missioni d'Asia e d'Africa; le monache
claustrali sono circa 5 mila; le suore di vita attiva sono quasi 50 mila;
molte decine di migliaia sono il laici e le laiche domenicane (detti prima
«terziari»); infine alcuni istituti secolari fondati da membri dell'Ordine e
diffusi in molte parti del mondo.
Questo mondo, senza la parola in cui ancora Cristo s'in¬carna, ha
tremendamente bisogno di chi viva per essa e di essa, di chi sappia
interpretate la fame e la sete di verità che agita l'uomo in ogni tempo e
luogo. E Cristo ha bisogno c1i uomini ai quali poter dire «Andate e
predicate», mandandoli a tradurre la sua Parola in tutte le lingue che
parlano gli uomini. Ha bisogno di chi studi la parola rivelata, come si fa
nella Scuola biblica del p. Lagrange a Gerusalemme; di chi svisceri la
dottrina di Cristo e della Chiesa nelle università d'Europa, d'America e
d'Asia, perché non tramonti il sole della verità su questa terra, sempre più
orgogliosa delle sue piccole luci e sempre più irretita in errori vecchi e
nuovi in cui si pascolano d'illusioni le generazioni umane succedenti,~i
sulla patria di Adamo ed Eva.
L'Ordine Domenicano resterà di perenne attualità, fino a quel giorno,
secondo la profezia di S. Teresa, in cui sarà chiama¬to a combattere
l'ultima lotta per la verità contro l'Anticristo.